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“Dipingere la parola, un paravento di parole”
“Lo spazio tra parola e immagine si sta rivelando da tempo come luogo della ricerca artistica tra i più fertili. In questi ultimi decenni, infatti, all'insegna della "scrittura" si sono sviluppate ricerche che hanno aperto prospettive impensabili …”. da Pittura come Scrittura. Vincenzo Accade, AA.VV. ed Spirali
Arte come comunicazione, arte come emozione, arte come tecnica : tutti modi in cui si valuta l’esprimersi di un’artista. Doina Iftime, in arte Esther G. Sol, riesce a realizzare creazioni di ottima tecnica, passionali e poetiche. I suoi lavori inviano messaggi pittorici la cui semanticità risulta prevalentemente empatetica e solo parzialmente razionalizzabile. Osservandoli ci si chiede se si tratta di Poesia visiva o di arte gestuale: le sue tele attraversate da parole-non parole, spesso fittamente scritte, attraggono la nostra attenzione e provocano quella certa “ambiguità artistica” propria nell’uso del “simbolo”. Chi di fronte alle sue tele non ha provato a decifrare le frasi che vi sono magistralmente impresse con il colore, spesso rosso e corposo, cercandovi un senso o anche solo il delinearsi di una lingua?! La stessa autrice non ci svela fino in fondo se veramente c’è un senso o se si tratta del semplice e istintivo procedere di un’action painting, in cui l’emozione è l’unica via di comprensione dell’opera. Bella e dolcissima, Esther si cela e si svela nelle sue opere attraverso un intricato PARAVENTO DI PAROLE, incomprensibile Esperanto, noto a pochi e da tutti sognato, lingua onirica di un mondo in cui la comprensione dell’ALTRO sarà facile a tutti. Sono creazioni sviluppate con olio, smalti e, spesso, con foglia oro, su tele di grandi dimensioni, preferibilmente posate a terra, alla J. Pollock, seguendo però anche alcuni dettami della poesia visiva dei primi anni ’60, interessata ai rapporti con la cultura e la comunicazione di massa. In esse si esplica un sistema semiotico complesso, i cui elementi costitutivi concorrono alla produzione, attivata da un intreccio di codici, di unità di nebulose testuali in funzione di una nuova comunicazione, utilizzando procedimenti analoghi a quelli della pop art o del concettualismo. La simultanea presenza di scrittura e immagine fa in modo che il concetto, il racconto si faccia segno visivo, quasi desemantizzando lo scritto da varie lingue, assunte solo a livello estetico. Messaggi subliminali di un linguaggio ancora più universale dato dalla “forma” dello scrivere e non dal suo “contenuto lessicale”. Ci troviamo di fronte a un caso di “pittura scritta”, il cui valore iconico invece di annullare le parole, le amplifica con nuovi “significanti” diretti al nostro inconscio, “lettore emotivo e ricettivo” di “geroglifici o ideogrammi” istintuali. La circolarità del movimento superficiale, dovuto dallo sgocciolare del colore sulla tela, crea inoltre una scrittura che diviene parte inscindibile di un’immagine armonicamente inserita nel colore di fondo, forte o delicato, dando una lettura d’insieme, unica e omogenea nel rapportarsi al visitatore. Visione e scrittura rappresentano un’utopia panlinguistica, un’aspirazione ed una precisa volontà difficile da sottovalutare: voglia di esprimersi e di entrare in contatto attraverso “segni e colori” trasversalmente comprensibili da ognuno, in ogni parte del mondo. Una sorta di infiniti specchi in cui parola e colore sono all’unisono e rimandano una sinfonia e una danza inarrestabile del caos della vita. Una raffigurazione del movimento emozionale su variazioni spazio-temporali continue. Una sorta di cardiogramma dell’artista, che oggi più che mai avverte “un’urgenza intima di celare, di mascherare sotto l’egida di segni indecifrabili i suoi intimi e privati impulsi”(G. Dorfles). E così Esther, attraverso una ricerca spesso inconscia, arriva alla creazione di un simbolismo personale, una sorta di “marchio”, personalissimo e irriproducibile, caratterizzante tutta la sua attività artistica. Non bisogna dimenticare che Esther viene da studi legati al giornalismo, per cui bene si capisce il ricorrere alla parola come mezzo espressivo anche pittorico! Come bene si potrà comprendere che tale simbolismo personale altro non è che lo “stile “ dell’artista, derivante direttamente dal bagaglio storico e culturale di ogni singolo individuo e della società in cui è inserito. Esther G. Sol attraverso questi suoi racconti onirici, dettati e trascritti con “mano intellettuale” , trasmette inquietudini e passioni da mondi colorati e passionali come i rossi e gli ori da cui li fa affiorare.
Francesca Mariotti, Ferrara - febbraio 2008
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